Il Teatro Real presenta questa volta un dittico operistico che fonde in un’unica produzione La vida breve (La vita breve) di Manuel de Falla con Tejas Verdes, un’opera di nuova creazione commissionata al compositore Jesús Torres. Il libretto, tratto dal testo omonimo, è opera del recentemente scomparso Fermín Cabal ed è alternato a versi del grande poeta della Generazione del ’36, Miguel Hernández.
Questa combinazione non si limita a condividere la stessa serata: il regista Rafael R. Villalobos propone una narrazione comune che intreccia due trame e due ambientazioni – la Granada dei primi del Novecento e il Cile sotto la dittatura degli anni ’70 – apparentemente prive di qualsiasi legame. Senza dubbio, La vida breve è quella che esce peggio da questo mix. All’inizio, la sensazione di fronte a ciò che accade sul palco – dominato da due gigantesche impalcature rotanti (perché, come in ogni produzione “moderna” che si rispetti, le impalcature da muratore non possono mancare), d’impatto per il suo cupo ed estremo brutalisme, completamente neutro e privo di qualsiasi riferimento visivo all’Andalusia – è di sconcerto; quei ballerini con camicie trasparenti che si contorcono grottescamente, come nel videoclip di Thriller, mentre il coro scandisce minacciosamente “¡Ande la tarea, que hay que trabajar!”, presagiscono il peggio. Tuttavia, con Tejas Verdes il quadro si fa più chiaro: la ragazza distrutta che vaga sulla scena è Colorina; la voce nella fucina è quella del suo fidanzato Miguel, un attivista politico; Manuel, fratello di Carmela, diventa ora un giudice; la nonna è trasformata in una dottoressa; e quei ballerini con inclinazioni nazionalsocialiste impersonano i soldati del regime di Augusto Pinochet. Così, la privazione della libertà e la morte per amore si rivelano il filo conduttore della serata: Colorina viene incarcerata e torturata fino alla morte affinché tradisca il suo fidanzato nella prigione clandestina Tejas Verdes, mentre Salud è “prigioniera” della sua stessa condizione sociale e muore di dolore dopo aver scoperto il tradimento del señorito Paco. La proposta di Villalobos potrà piacere o meno e, senza dubbio, ci sono elementi superflui (la madre di Salud, picchiata durante la seconda danza spagnola, è il primo esempio), ma la sua narrazione si mantiene coerente e rispettosa dei libretti.
Come accade nelle opere di altri contemporanei spagnoli, come Felipe Pedrell (maestro di Falla) o Jaime Pahissa, nella musica di La vida breve convergono le due principali correnti operistiche dell’inizio del XX secolo: il verismo italiano e il dramma wagneriano. Al giovane Falla bastò un solo anno per comporre questo piccolo capolavoro (a differenza del Falla maturo, noto per i suoi lunghi tempi di creazione), presentandolo al concorso di composizione della Real Academia de Bellas Artes de Madrid nel 1905. Nonostante la vittoria, nessun teatro spagnolo si interessò all’opera, che venne rappresentata per la prima volta solo otto anni dopo a Nizza, con alcune modifiche alla partitura e tradotta in francese. Fu proprio La vida breve l’opera scelta per la riapertura del Teatro Real nel 1997, quando il teatro tornò alla sua funzione operistica dopo essere stato a lungo una sala da concerto, e da allora non era più stata rappresentata su questo palcoscenico. Il libretto di Carlos Fernández Shaw, ambientato nell’Albaicín di Granada, come osserva Villalobos nel programma di sala, ci riporta inevitabilmente all’universo di Lorca in Yerma o La casa di Bernarda Alba, nonostante Falla e il celebre poeta non si fossero ancora incontrati, con una Salud incapace di oltrepassare le mura della sua “prigione”.
La partecipazione della guatemalteca Adriana González nel ruolo della gitana Salud è stata di gran lunga superiore a quella dei suoi colleghi di cast. Dotata di un timbro fresco da soprano lirico, con un buon centro e una proiezione generosa, ha dovuto affrontare il volume orchestrale implacabile imposto dal maestro Francés. Corretto il suo “¡Vivan los que ríen!” e ammirevole la sua assimilazione dell’accento andaluso, sebbene in qualche occasione le sia sfuggita una sorta di “sheísmo” argentino nella pronuncia delle “ll”. Personalmente, ho sentito la mancanza di maggiore incisività e intenzione nella sua interpretazione. Eduardo Aladrén è risultato un Paco anonimo e con un’emissione poco ortodossa, mentre Ana Ibarra ha incarnato alla perfezione la tradizione delle «nonne tremolanti», caratterizzata da un vibrato troppo aspro nelle note acute. Sufficiente sia il Tío Sarvaor di Rubén Amoretti che la Carmela di Carmen Mateo; un gradino sopra il Manuel del sempre affidabile Gerardo Bullón e l’onnipresente voce nella fucina di Alejandro del Cerro. Degna di nota l’interpretazione della cantaora María Marín – al posto del consueto cantaor – nella sacrificabile parentesi flamenca all’inizio del secondo atto, accompagnandosi da sola alla chitarra e risultando perfetta nella fusione con l’orchestra.
Con la sua seconda opera dopo Tránsito, Jesús Torres dimostra di avere tutte le carte in regola per affermarsi come il più interessante tra i compositori d’opera spagnoli contemporanei. Tejas Verdes si distingue soprattutto per la sua originale orchestrazione, in particolare nella sezione delle percussioni. Pur con un organico orchestrale piuttosto tradizionale, dove spiccano solo la presenza dello steelpan e, forse, della fisarmonica, Torres convince con atmosfere estremamente suggestive e solidità nella continuità drammatica. Anche se non altrettanto interessante sotto il profilo strumentale, la scrittura vocale ha riservato una piacevole sorpresa, evitando il tipico canto monocorde e la totale assenza di melodia, elementi spesso predominanti in questo genere di opere. Meritano una menzione speciale gli interventi corali, dal sapore quasi cinematografico, e la scena finale, con il suo curioso contrappunto vocale a sei voci. Senza dubbio, è notevole riuscire a tradurre in musica con successo una prosa così noiosa e antioperistica come i monologhi. A favore della esplicita e cruda storia di Fermín Cabal, va detto che evita di cadere nella facile provocazione politica, una scelta fin troppo scontata per una tematica del genere. Come prevedibile, e nonostante si sia rivelata un’opera più accessibile del previsto, il pubblico l’ha accolta con una certa indifferenza, con alcune defezioni sia durante l’intervallo che nel corso della rappresentazione.
Il cast, interamente composto da voci femminili, ha reso il giusto omaggio a questa prima assoluta. La soprano madrilena Natalia Labourdette, molto applaudita, ha interpretato una Colorina sempre commovente, dalla voce angelica e con una musicalità notevole, nonostante la scrittura vocale ostica che deve affrontare. Piacevole sorpresa anche, in un repertorio che apparentemente le è poco affine, quella del soprano burgalese Alicia Amo nel ruolo della Delatrice, il cui nome associamo immediatamente alle riscoperte del repertorio barocco spagnolo, con grande facilità negli acuti. Molto meglio qui Ana Ibarra, ora nei panni della Dottoressa, che, come la Becchina di Laura Vila, ha messo in mostra gravi robusti. Corretta anche María Miró come Sorella (che, pur mostrando una limitata espressività, ha rivelato un timbro sopranile di grande qualità) e, nella sua breve apparizione, Sandra Ferrández come Madre.
Magnifica la direzione musicale di Jordi Francés, che ha reso l’orchestra del teatro, sebbene un po’ eccessiva nei decibel, più elegante che mai, evitando quella routine in cui talvolta cade quando affronta opere di repertorio. Francés ha esaltato tutta la tavolozza timbrica dell’orchestrazione di Falla, così come le qualità dell’opera di Torres, eseguita con una tale naturalezza da non far percepire che si trattasse della sua prima esecuzione mondiale. Magnifico anche il coro del teatro, con una sezione maschile di altissimo livello, brillante e di un’intensità travolgente negli interventi interni in Falla, e intimidatorio nelle scene di tortura di Torres.
El Teatro Real presenta en esta ocasión un programa doble que fusiona en una misma producción las óperas La vida breve de Manuel de Falla y Tejas Verdes, una obra de nueva creación encargada al compositor zaragozano Jesús Torres, con libreto del recientemente finado Fermín Cabal, a partir de su texto homónimo, y alternado con versos del gran poeta de la generación del 36 Miguel Hernández.
Esta dupla no se limita a compartir función: el director escénico Rafael R. Villalobos propone una narrativa común capaz de hilvanar dos argumentos y espacios –la Granada de principios del XX y el Chile dictatorial de los 70– entre los que, a priori, parece imposible establecer relación alguna. Sin duda, La vida breve es la que peor parada sale en este mix. Al principio, la sensación sobre lo que acontece en el escenario –presidido por dos gigantescos andamios giratorios (como en toda producción «moderna» que se precie, no pueden faltar los andamios de albañil versión fisna), impactante por su tenebroso feísmo, totalmente neutro y desprovisto de cualquier referencia visual a lo andaluz– es de desconcierto; esos bailarines con camisas transparentes retorciéndose grotescamente entre Thriller y el crusaíto del Chiki-chiki, mientras el coro pronuncia amenazante “¡Ande la tarea, que hay que trabajar!”, presagian lo peor. Sin embargo, con Tejas Verdes todo parece adquirir cierto sentido: la muchacha destrozada que deambula por el escenario es Colorina; la voz en la fragua es su novio Miguel, activista político; Manuel, el hermano de Carmela, es ahora juez; la abuela, doctora, y los bailarines con tendencias nacionalsocialistas son los soldados del régimen de Augusto Pinochet. Así pues, la privación de libertad y la muerte por amor constituyen el hilo conductor de la velada: Colorina es en encarcelada y torturada hasta la muerte para que delate a su novio en la prisión clandestina Tejas Verdes, mientras que Salud es «presa» de su propia cárcel, la baja condición social, muriendo de pena al descubrir el engaño del señorito Paco. La propuesta de Villalobos podrá gustar más o menos y, sin duda, podrán sobrar cosas (el añadido de la madre de Salud, apaleada durante la segunda danza española, lo primero), pero su narrativa es coherente y respetuosa con los respectivos libretos.
Al igual que ocurre en las óperas de otros coetáneos españoles como Felipe Pedrell (maestro de Falla) o Jaime Pahissa, en la música de La vida breve confluyen las dos corrientes mayoritarias de la ópera de principios del siglo XX, el verismo italiano y el drama wagneriano. Al joven Falla solo le llevaría un año componer esta pequeña obra maestra (a diferencia del Falla maduro, caracterizado por sus dilatados tiempos de composición), presentándola en 1905 al concurso de composición de la Real Academia de Bellas Artes de Madrid. Pese a ganar el concurso, ningún teatro español se interesó en la obra, y hubo de ser estrenada en Niza ocho años después, tras acometer Falla algunos cambios en la partitura, y traducida al francés. Fue justamente La vida breve la ópera escogida para la reinauguración del Teatro Real en 1997, tras su reconversión de sala de conciertos a teatro de ópera, y desde entonces no se había vuelto a representar sobre las tablas del coliseo madrileño. A su vez, el libreto de Carlos Fernández Shaw, ambientado en el Albaicín granadino, como bien señala Villalobos en el programa de mano, nos transporta inevitablemente al universo lorquiano de Yerma o La casa de Bernarda Alba, pese a no haber coincidido todavía los caminos del compositor y del célebre poeta, con una Salud incapaz de traspasar los muros de su «cárcel».
La participación de la guatemalteca Adriana González como la gitana Salud estuvo a años luz del resto de sus compañeros de reparto. Dotada de un lozano timbre de soprano lírica, buen centro y proyección generosa, se vio obligada a lidiar con el inclemente volumen orquestal impuesto por el maestro Francés. Correcto su “¡Vivan los que ríen!”, y estimable su asimilación del acento andaluz, pese a escapársele en alguna ocasión lo que pareciera una especie de «sheísmo» argentino en la pronunciación de las «ll». Personalmente eché en falta algo más de intención e incisividad en su interpretación. Eduardo Aladrén resultó un Paco anodino y de emisión heterodoxa, mientras que Ana Ibarra respondió a la perfección a la tradición de «abuelas tremolantes», caracterizada por un agrio vibrato en la franja aguda. Suficientes tanto el tío Sarvaor de Rubén Amoretti como la Carmela de Carmen Mateo; un escalón por encima el Manuel del siempre competente Gerardo Bullón y la omnipresente voz en la fragua de Alejandro del Cerro. Admirable la intervención de la cantaora María Marín –en lugar del habitual cantaor– en la prescindible morcilla flamenca al comienzo del segundo acto, acompañándose a sí misma con la guitarra, también perfecta en la simbiosis con la orquesta.
Con su segunda ópera tras Tránsito, Jesús Torres demuestra tener todas las papeletas para consagrarse como el más interesante de los operistas españoles en activo. Si por algo destaca Tejas Verdes, es por su original orquestación, sobre todo en lo que a la sección de percusión respecta. Con una plantilla orquestal más bien ortodoxa, donde únicamente puede llamar la atención la presencia de steelpan o, si acaso, del acordeón, Torres convences con esas atmósferas tan sugestivas, a la par que con una continuidad dramática solvente. Aun no tan interesante como en lo instrumental, también resultó gratamente sorprendente la línea vocal, cuando el canto monocorde y la ausencia total de melodía suele estar a la orden del día en este tipo de óperas. A destacar las intervenciones corales, de cierto sabor cinematográfico, y la escena final, con su curioso contrapunto vocal a seis. Sin duda, es meritorio poner exitosamente en música una prosa tan latosa y antioperística como es el monólogo. A favor de la explícita y cruenta historia de Fermín Cabal, diremos que evita caer en la provocación política gratuita, solución banalmente sencilla para una temática como la que nos ocupa. Como cabría esperar, y pese a resultar un título bastante más asequible de lo esperado, la obra fue recibida con una tibia indiferencia por el público, deserciones furtivas incluidas, tanto en el intermedio como durante el transcurso de la obra.
El reparto, exclusivamente formado por voces femeninas, hizo la debida justicia a este estreno absoluto. La soprano madrileña Natalia Labourdette, muy aplaudida, firmó una Colorina siempre conmovedora, de voz angelical y gran musicalidad, pese a la árida escritura vocal que ha de afrontar. Grata sorpresa también, en un repertorio que aparentemente le es poco afín, la de la soprano burgalesa Alicia Amo como Delatora, cuyo nombre inmediatamente asociamos a las recuperaciones del repertorio barroco español, con gran facilidad para el agudo. Mucho mejor aquí Ana Ibarra, ahora Doctora, demostrando, al igual que la Enterradora de Laura Vila, unos graves sólidos. Correctas, asimismo, la Hermana de María Miró (quien, pese a su limitada expresividad, reveló un timbre sopranil de muchos quilates) y, en su breve intervención, la Madre de Sandra Ferrández.
Magnífica la dirección musical de Jordi Francés, que hizo sonar a la orquesta titular del teatro, aun algo pasada de decibelios, elegante como pocas veces, alejándose de la rutina en que ocasiones cae la orquesta al acometer obras de repertorio. Francés puso de relieve toda la paleta de colores de la orquestación de Falla, así como las bondades de la obra de Torres, con tal naturalidad que nada haría pensar que nos encontrábamos ante la primera interpretación mundial de la partitura. También magnífico estuvo el coro de la casa, con una sección masculina de lujo, deslumbrante y de una intensidad abrumadora en las intervenciones internas en Falla, e intimidante en las escenas de tortura de Torres.