Un cast coraggioso capitanato da un autorevole Luca Salsi salva e porta al successo una produzione precaria de “I due Foscari” al Comunale di Modena che con maggiore preparazione avrebbe avuto tutte le carte in regola per brillare.
Portato in scena a Modena e Parma in occasione del Festival Verdi 2009 con protagonista un indimenticato e indimenticabile Leo Nucci, l’allestimento de “I due Foscari” con la regia di Joseph Franconi Lee ritorna sui palcoscenici emiliani in una nuova coproduzione dell’ormai storica macchina da guerra Modena-Piacenza, accoppiata che da tempo dimostra grandi capacità nel realizzare spettacoli di notevole interesse e qualità. Sulla carta le intenzioni sono delle migliori anche qui, in primis per la scelta di un cast di assoluto riferimento nei nostri giorni per il repertorio verdiano giovanile, nonché per la direzione affidata alla riconosciuta competenza del Maestro Matteo Beltrami.
Tuttavia non sempre il potenziale di uno spettacolo si esprime al meglio in ogni sua rappresentazione, talvolta per circostanze esterne e casuali, talvolta per precise scelte e senza voler fare dietrologie o costruire retroscena di alcun genere, è evidente come questa prima modenese sia stata fortemente penalizzata, al netto dell’ottimo successo di pubblico e della coraggiosa performance di molti degli artisti coinvolti, da tempi di preparazione ridotti e inadeguati ad una esecuzione sicura e accurata.
La sensazione, palpabile, è quella di uno spettacolo dominato da una certa stanchezza, un po’ raffazzonato e rimesso in piedi in quattro e quattr’otto dopo lunghi mesi di pausa dalla ben più preparata prima piacentina del maggio 2024. Ne sono dimostrazione diverse insicurezze e imprecisioni che si sono susseguite da più parti in diversi punti dell’opera sia dal punto di vista musicale che da quello registico. Peccato, perché crediamo non vi sia alcun motivo di destinare minor cura e dedizione al pubblico di un teatro rispetto a un altro, così come non è giusto esporre ai rischi connessi a tali scelte i cantanti che mettono voce e corpo sul palco. Peccato, inoltre, poiché come detto siamo di fronte ad una produzione che ha saputo comunque convincere gli spettatori e che con meno trascuratezza avrebbe indubbiamente brillato.
Andiamo con ordine: La scenografia è di William Orlandi. Pochi ed essenziali gli elementi presenti: un trono, una gradinata e una parete rotante che racchiude un grande spazio di forma ovale, talvolta chiuso per lasciare i solisti in primo piano sul proscenio, talvolta aperto per avvolgere in una sorta di anfiteatro le masse del coro nelle scene che vedono riunirsi il Consiglio dei Dieci su suggestivi sfondi dipinti in tinte pastello raffiguranti vedute veneziane. I costumi, anch’essi di William Orlandi, sono magnifici e sgargianti, pienamente in linea con la tradizione e con la collocazione temporale e geografica originarie. L’impianto risulta dunque “comodo” e funzionale ma tutt’altro che originale o particolarmente stimolante se non giusto per il piacevole effetto visivo di alcune scene d’insieme in cui si apprezzano i paesaggi nei fondali. Deludente la regia, statica e alquanto soporifera. Certo, la drammaturgia di quest’opera non aiuta ma si sarebbe potuto lavorare maggiormente sullo scavo psicologico dell’animo umano che è elemento fondamentale di quest’opera. Assistiamo invece ad una certa lentezza e piattezza di idee, tra movenze e manierismi assai convenzionali e di ordinanza e molta libertà lasciata ai singoli di esprimere le proprie qualità artistiche e attoriali. Insomma, si fatica a seguire un filo e ad appassionarsi, a ritrovare qualcosa che sia teatro e non un concerto in costume, peraltro troppo spesso intervallato da interminabili cambi scena. E’ questo il primo indizio lampante di una probabile insufficienza di tempo dedicato all’approfondimento registico a cui si somma una gestione alquanto disordinata delle luci (di Valerio Alfieri), che spesso ritroviamo ad illuminare punti diversi da quelli in cui si trovano i cantanti, inseguiti in corso d’opera con correzioni varie. La prima parte dell’opera risulta inoltre piuttosto buia. Adeguate al contesto le coreografie di Raffaella Renzi, che ritroviamo nelle scene corali, quelle di gran lunga di maggiore riuscita in tutta l’opera.
La direzione musicale è affidata a Matteo Beltrami cui va il plauso di esser riuscito a tenere insieme nella suddetta precarietà le redini dello spettacolo. Nel suono dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini si percepisce la lodevole intenzione del Maestro di offrire una lettura consapevole della partitura di un Verdi che anticipa tanto di ciò che dimostrerà negli anni a venire ma che non rinuncia ancora ad un certo retaggio belcantista. Tutti questi elementi vengono scrupolosamente valorizzati da Beltrami con una direzione che cura dinamiche, suono, ritmi con varietà e appropriatezza, non mancando di regalare pagine di pregevole suggestione. Proverbiali alcuni interventi compiuti in extremis per arginare errori negli attacchi e per colmare incertezze che di tanto in tanto emergono in una esecuzione che lo ripetiamo, avrebbe necessitato più rodaggio. Nemmeno l’orchestra si preclude uno sbaglio, costato un conseguente attacco errato all’incolpevole soprano Marily Santoro. Positiva nel complesso, date le circostanze, la prova del Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati.
Nei panni del Doge Francesco Foscari ritroviamo Luca Salsi, mattatore della serata. L’artista parmigiano si è ormai guadagnato negli anni una autorevolezza e maturità interpretativa che ci permettono di identificarlo a pieno titolo come il baritono verdiano di riferimento (ammesso che una tale definizione sia accettabile). Non è tanto la voce, quella c’è e sempre di ottimo volume e corpo, quanto piuttosto l’espressività declinata attraverso una dizione chiara e un fraseggio incisivo. Se la regia non lo aiuta, Salsi da grande artista qual è, sa ovviare cesellando e riempiendo di significato ogni parola, ogni gesto ed intenzione, fin anche nei recitativi, così importanti ma troppo spesso sottovalutati nella loro funzione drammaturgica. Grazie a Salsi ritroviamo tutta la solenne dignità di un Doge lacerato dal dolore della perdita di un figlio di fronte a cui nulla può. Una menzione speciale per la grande teatralità della caduta finale, ciliegina sulla torta di una prova maiuscola anche sul piano attoriale.
Luciano Ganci è Jacopo Foscari. Il tenore appare questa volta meno in forma del solito, non sappiamo se per ragioni di salute. Il timbro è sempre quello splendido e luminoso che conosciamo, il canto generoso ed espressivo ma una certa difficoltà traspare nel registro acuto, compromesso nell’emissione in più occasioni, tra cui la temibile cabaletta del primo atto in cui il tenore sfiora la stecca, episodio verificatosi anche all’inizio del secondo. A ciò si aggiunge un attacco sbagliato nell’aria “All’infelice veglio”. Dispiace perché chi vi scrive stima immensamente Ganci e lo reputa senza alcun dubbio uno tra i migliori tenori in circolazione. Probabilmente non era serata, cose che nel teatro succedono. Al di là dell’elencazione di singoli momenti di défaillance, il personaggio byroniano di Jacopo è ben scolpito.
Autentica eroina della serata Marily Santoro, nelle vesti di Lucrezia Contarini. Il soprano calabrese è chiamato ad un’impresa da far tremare i polsi: sostituire la prevista Marigona Querkezi a tre giorni dalla prima in un ruolo che seppure già studiato, si rivela colmo di insidie dall’inizio alla fine. Il risultato è vincente. Timbro argenteo ed omogeneo, agilità sicure, acuti svettanti e sorretti da notevole padronanza del fiato fanno il paio con una interpretazione credibile del personaggio e se pensiamo al fatto che l’artista ha di fatto svolto una sola prova d’assieme il risultato è di assoluto rilievo. L’incertezza sull’attacco nel secondo atto, peraltro dovuta come già detto ad un errore dell’orchestra, passa, in queste circostanze, decisamente in secondo piano. L’unico rimpianto è quello di non averla potuta apprezzare in stato “non emergenziale” ma ci auguriamo che la sua carriera possa continuare a crescere come sta meritatamente facendo.
Il cast è completato da Antonio Di Matteo, come Jacopo Loredano, Marcello Nardis, Barbarigo, Ilaria Alida Quilico, Pisana, Manuel Pierattelli, Fante ed Eugenio Maria Degiacomi, servo del Doge.
Sala piena e grande successo nonostante qualche rumoreggiamento e scambio di battute da parte di loggionisti in corso d’opera.